Identità – identità di genere – Che fare?

Come si avanzano istanze di miglioramento? come si fa politica a partire dall’identità e quali sono i problemi?

Per capire come rispondere a queste domande, dobbiamo per prima cosa definire che cos’è l’identità.

1) Non è un’essenza ma è come ti auto rappresenti. Questo non significa che l’identità sia qualcosa che copre o nasconde la tua vera identità, la realtà di quello che tu sei e poi c’è la rappresentazione.

2)  ESPERIENZA (Vissuto, tutto quello che faccio )-  AUTORAPPRESENTAZIONE (identità)

Queste due cose sono intrecciate, in un rapporto circolare tra loro dato che tutto quello che dico e faccio influenza il modo in cui mi percepisco e mi faccio percepire. Dall’altra parte l’identità struttura la mia esperienza. Da un lato mi fa fare certe cose e non altre e dall’altro lato mi fa interpretare le cose in un dato modo.Non dobbiamo immaginarci questo rapporto come una gabbia dalla quale non si può uscire ma come un rapporto circolare imperfetto nel quale c’è sempre uno scarto. 

3) L’identità si definisce sempre in un ambito relazionale, in rapporto con gli altri.  Quindi non è un fatto privato ed è contingente e strategica. Contingente significa che dipende da dove sei, in quale situazione ti trovi, con chi, quali pressioni esercitano su di te le identità degli altri ecc.  Strategica nel senso che non è solo una rappresentazione più o meno fittizia di quello che tu sei o vivi ma è una rappresentazione che ti serve per agire nel mondo, per guadagnare potere, per contestare qualcosa per fare qualcosa insomma.

L’identità è qualcosa che definisce i confini di un gruppo, chi è fuori e chi è dentro, chi è come me, il noi. Questa cosa stabilisce dei confini anche dentro l’individuo che pensa di dover essere identico al contenuto della sua identità, cioè è portato a classificare come significanti certe cose e non altre che gli possono capitare. Così se mi identifico come maschio, posso non dare rilevanza e ascoltare certe esperienze/sentimenti perché non rilevanti per la mia identità e fissarmi su altri., tenderò a non coltivarle, a metterle da parte.

4) L’identità non è semplicemente quello che sei ma è anche quello che dai per scontato. Quello che non sai di essere ma è la parte delle cose a cui ci tieni di più, te ne accorgi quando sono messe in discussione.

‘E problematica, c’è un piacere e un bisogno nell’identificarsi e nel essere riconosciuto.  Il problema non è l’identità in sè ma il fatto di concepirla come di qualcosa di vero, duro, un’essenza stabile nel tempo e che esaurisce il mio io senza scarti o residui. 

‘E un processo, un’identificazione, un’azione che il soggetto fa, un’adesione dell’attore sociale a una identità.

E rispetto a pratica politica? Si coltiva l’identità cristallizzandola, piuttosto che puntare alla sua trasformazione, ai cambiamenti. Nel fare politica, nel rivendicare diritti, ci sono due livelli di costruzione dell’identità che operano.
1) è quando faccio politica a partire da un’identità, ovvero io opero in quanto  donna, in quanto lesbica, in quanto nero ecc ecc. E quindi faccio politica per liberarmi di questa oppressione.  In questo caso, si pensa che l’identità pre-esista.

OPPRESSIONE –> IDENTITà —>quindi faccio politica

2) oppure identificazione in un gruppo.

Attività politica –> mi costruisco un’ identità.  Essa è più  astratta, in qualche modo.  ‘E un’identità di gruppo che non è così tanto radicata nelle mie esperienze ecc ecc.

Le due modalità possono commistionarsi.

Questi due tipi di identitarismo danno  problemi diversi.  Nel primo caso, la logica identitaria può portare a prodursi come minoranza, confermare e legittimare il sistema e i modi che ti fanno ‘essere minoranza’.  Un altro problema è che  si produce esclusione ai margini di questa identità, a sua volta.  Vengono esclusi coloro i quali non sono ritenuti esterni al gruppo ma si crea anche un meccanismo di disciplinamento interno a gruppo, di marginalizzazione interna ad un gruppo. (es; donne ma no sex worker, trans, lesbiche ecc). Per il secondo caso, c’è sempre il rischio di un confine netto con l’esterno e una sacralizzazione della propria identità.

Come fare per superare tutte queste difficoltà:  Sentiamo l’esperienza del Laboratorio Smaschieramenti!

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7 Marzo – Workshop: la costruzione dell’immagine del migrante e della donna nella pubblicità

Questa settimana ci siamo interrogati sul ruolo che i media, in particolare la pubblicità, hanno di sedimentare stereotipi e veicolare immagini offensive di date categorie di individui.
Nel corso del workshop, guidato da Vincenza Perilli, abbiamo commentato alcune pubblicità  italiane, che per quanto ad un primo sguardo possono apparire innocue e anche ironiche (vedi spot coloreria italiana   ) incrementano quel bagaglio culturale che legittima il razzismo e il sessismo.
Riproponiamo qui sotto una serie di immagini e spunti sui quali abbiamo “lavorato” nel laboratorio:

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«I modelli proposti dai media e dalla pubblicità contribuiscono a definire il significato dell’appartenenza di genere, imponendosi con forza per il fatto di essere pubblicamente diffusi». Goffman

 “Dalla ricerca Mellin l’esclusivo programma precinutri che riformula il latte in latte per lui”

In questa nuova pubblicità della Mellin, che sponsorizza un latte fatto appositamente per il bambino maschio, possiamo vedere come siano raccontati i ruoli. Nella pubblicità non c’è solo il maschio, che va curato con il super latte, c’è anche la femmina, figura di sfondo che fa da cornice al modello della “happy family”. ‘E interessante notare come nel frammento che abbiamo riportato sopra, ci sia una netta divisione dei giochi e dei colori (macchinina e blu per lui/ rosa e culla per lei) che ribadisce i classici ruoli normativi di genere.

C’è bisogno di interrogarsi sul ruolo assunto dai media nell’orientare l’opinione pubblica riguardo ai concetti di “femminilità” e di  “mascolinità”.  I Media, e le immagini che essi veicolano,  sono  costruttori della realtà sociale, poiché rendono più visibili, e quindi rafforzano a livello simbolico, determinati comportamenti sociali e categorie, così come ne celano o ne mettono in secondo piano altri , decretando gerarchie di valori.

Il messaggio prevalente  relativo alla “femminilità” diffuso dai media implica una svalorizzazione dell’esperienza, dell ‘intelletualità delle donne, es: psi dà maggiore enfasi ai ruoli tradizionali e all’aspetto fisico.

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Fin dagli anni venti e trenta del 900, le donne vengono identificate dall’industria pubblicitaria come le principali consumatrici di prodotti d’uso domestico: il target di riferimento  è “la casalinga“.  Nel corso degli anni 50 e 60 la pubblicità ha divulgato “una mistica della femminilità” al fine di convincere le donne a stare a casa e a rinunciare alle ambizioni professionali.

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A partire dagli anni 70, oltre l’immagine della casalinga si diffonde il modello della donna oggetto.

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Anche le grandi case di moda non sono incolumi da scivolate sessiste. Dolce e Gabbana, nella campagna che ritrovate qui sotto, propone un’immagine per niente neutra.  Un gruppo di uomini, bianchi e palestrati, circonda una donna (anch’essa magra truccata e chic) tenuta a terra da uno di essi. Il tutto condito da quell’atmosfera patinata di una pubblicità di moda.       A cosa vi fa pensare? A noi alla messa in scena di uno stupro.

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Questa pubblicità attribuisce fascino alla violenza sessuale, veicolando un’idea della virilità legata alla forza e all’oppressione. Viene da pensare al modello del “maschio italiano”: l ‘uomo che non deve chiedere mai.

Per quanto riguarda la rappresentazione delle donne, un ultima caratteristica ci sembra importante sottolineare: l’ideale di magrezza/ in forma.
Nelle società occidentali il mercato dell’abbigliamento, dei cosmetici, del fitness e della chirurgia estetica spinge soprattutto le donne  a uniformarsi a un ideale di magrezza, che rimanda a sua volta al mito dell’eterna giovinezza. Le donne subiscono i dettami della moda per quando riguarda l’aspetto fisico e il look complessivo a cui conformarsi. La “normalizzazione” del corpo femminile costituisce in realtà una forma del potere maschile esercitato nei secoli sulla donna. I significati di “corpo magro femminile” che vengono trasmessi sono molteplici. Questa immagine può fornire l’impressione di ottenere un maggiore controllo sul proprio corpo e sulla propria vita; può significare la volontà di emanciparsi dall’immagine tradizionale della donna madre, adottando sul luogo di lavoro i valori maschili dell’efficienza e della disciplina; può indicare l’adeguamento all’ideologia dominante che di fatto svalorizza il genere femminile.

Anche chi ha cercato di veicolare un’immagine di bellezza e salute femminile più variegata come la Dove, è  finita per dare delle immagini che danno da pensare.

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Ci fa pensare come, nella pubblicità soprastante, siano associate le parole before e after , che dovrebbero comunicare l’efficacia dell’uso del prodotto, e le donne. Before è associata con la donna nera in carne, nel mezzo c’è una donna snella ma “colorata” e sotto after c’è una donna bianca e snella.
Sarà casuale?

Ci  viene da chiederci: che tipo di relazione) esiste tra una certa rappresentazione (e costruzione) del corpo nero e la rappresentazione/costruzione del corpo bianco, della sua “bianchezza”

Nella pubblicità italiana, il corpo nero è sempre stato associato alla forza fisica e quindi allo sport. Viene riproposto un modello per cui la pelle nera è associata a poca intelligenza e molta prestanza fisica.  

La pubblicità sottostante, usa invece una rappresentazione dicotomica: da una parte una donna giovane atletica e bianca (NOI ), dall’altra un migrante brutto e sdentato.

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O ancora, c’è chi usa esplicitamente immagini razziste e sessiste, come la pubblicità qui sotto:

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Non meno innocue sono campagne come quella di Oliviero Toscani per Benetton:

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Non è casuale ancora una volta l’associazione nero – diavolo, bianco – angelico. Ricalca tutta la retorica del colonialismo civii- incivili, umani -bestie.

Queste associazioni/immagini ricalcano stereotipi e retoriche razziste e sessiste che alimentano l’odio, la violenza e l’oppressione di migliaia di persone.
Liquidare questa produzione di immagini come qualcosa di innocuo, ironico sarebbe un errore. Esse ci bombardano, la loro diffusione è ampia. E se noi gli permettiamo di veicolare un messaggio, .come quelli mostrati sopra,  non facciamo altro che conservare dei modelli e degli stereotipi che non solo non sono veri ma sono pure  odiosi ed ingiusti.

28 febbraio – Intersezione tra razza, genere e orientamento sessuale nella ricerca femminista – come si fa un’intervista?

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Nel corso dei laboratori ci siamo resi di conto dell’importanza di raccontarsi ed ascoltare, confrontare esperienze per far emergere similitudini e differenze tra i partecipanti.  Dialogo e interazione ci sono sembrati due strumenti utili per combattere le discriminazioni e creare una solidarietà vera, non vuota e basata su un presunto “buonismo”, ma sulla consapevolezza di ciò che può legare e far comprendere gli individui.
‘E per questo motivo che abbiamo deciso di dedicare il terzo incontro all’analisi e al racconto delle caratteristiche e prospettive di un metodo di ricerca femminista.
Perché ci interessa la ricerca? Se non vi è ancora chiaro per i motivi elencati sopra, cerchiamo di spiegarci meglio.
Crediamo che sia necessario raccontare e raccogliere le storie di chi subisce discriminazioni, dargli corpo e voce, spazio dentro le città, farle conoscere. Per farlo abbiamo guardato ai metodi e alla ricerche di chi ha cominciato a farlo prima di noi.
Ci sembrava interessante capire come si conduce un’inchiesta qualitativa ovvero un indagine che invece di concentrarsi sui grandi numeri, cerca di approfondire un singolo caso, una questione, un aspetto usando tecniche che diano spazio all’affettività, alle storie di vita ecc ecc.
Riportiamo qui sotto il “decalogo della ricerca femminista” scritto da  Selma Rainhartz nel 1992 (Feminist methods):

1) il femminismo o meglio i  femminismi sono una prospettiva e  non è metodo di ricerca.
2) le ricerche femministe usano una molteplicità di metodi di ricerca.
3) la ricerca femminista coinvolge una critica continua (on going) dell’accademia e delle ricerche non femministe.
4) la ricerca femminista è guidata dalla teoria femminista.
5) la ricerca femminista può essere transdiscliplinare.
6) la ricerca femminista ha lo scopo di creare un cambiamento sociale.
7) la ricerca femminista combatte per rappresentare diversità umana.
8) la ricerca femminista spesso include il/la ricercatrice come persona.
9) la ricercatrice femminista spesso cerca di sviluppare una relazione speciale con chi intervista, in modo interattivo.
10) la ricerca femminista spesso definisce una relazione speciale con chi la legge.

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Nel corso dell’incontro abbiamo visto come i metodi di ricerca hanno subito un cambiamento proprio con l’ingresso di alcune donne, che per prime hanno usato tecniche come quella dell’osservazione partecipata o della storia ora.

Le  tecniche che ci sono parse più utili 

  1. interviste strutturate, semi strutturate e non strutturate
  2. osservazione partecipante
  3. osservazione a distanza
  4. focus group
Un altro spunto di riflessione ci è stato fornito dal lavoro di Jean-Claude Kaufmann, ricercatore francese divenuto famoso per un saggio sulla diffusione del topless in spiaggia. Egli elaborò un metodo chiamato comprensivo, per il quale la comprensione è la strada per la spiegazione.
Il soggetto con cui entri in relazione, chi intervisti, chi ti racconta la sua storia sta producendo significato. Non gli/le stai solo chiedendo qualcosa ma chi ascolti sta producendo, dando senso alla sua storia, sta condividendo con te la sua esperienza. Non solo: non c’è solo un dare e avere nel compiere una ricerca, c’è  reciprocità nel creare senso, capire qual’è la questione / il problema. Non c’è l’individuo intervistato che parla o racconta e l’intervistatore che crea la “teoria”.
Non fai domande su un opinione ma stai guardando il sapere prezioso di una persona.
La modalità con cui si compone un questionario e si fa un intervista si deve porre una serie di problemi: la creazione di gerarchia o di distacco tra intervistato e intervistatore, i metodi per rompere questa distanza (ad esempio il tono della voce: se uso un tono monotono otterrò più distacco di quando uso il tono confidenziale e comprensiva di quando chiacchiero!) , la capacità di ascolto, i blocchi e i silenzi.
Altre difficoltà possono sorgere sulla temporalità delle domande: bisogna capire quando porre le giuste domande, qual’è l’argomento di cui nel corso dell’intervista capisco che si vuole parlare di più. ‘E emerso che la domanda migliore è quella che arriva direttamente dall’informatore e che bisogna essere pronti a mettere in discussione la propria “griglia”.
Per concludere (a breve pubblicheremo il video dell’incontro), la ricerca femminista e le tecniche di cui essa si dota permettono di rompere quegli universalismi che tendono ad appiattire e relativizzare tutte le esperienze. Essa permette invece di ricollocare le persone, non solo nel loro contesto storico, ma anche nel loro ruolo empowerment, di presa di parola diretta.
A giovedì prossimo!

14 Febbraio – genere e orientamento sessuale: che cosa è queer?

 

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non ogni ragazzo sogna di diventare un marine, perchè no Miss America?

Nel precedente incontro abbiamo cominciato a problematizzare la questione dell’identità.  Tenendo a mente quello che abbiamo elaborato la settimana scorsa a proposito dell’intersezionalità, oggi parliamo di queer.
Cercheremo di affrontare la questione delle discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale da un punto di vista critico in grado di farci vedere sia le linee di continuità tra le modalità di socializzazione della sessualità, sia i problemi relativi a meccanismi di identificazione che tendono a marginalizzare e a creare un’alterità esterna dall’identità che si crea. Un modo per andare a de-costruire tutta quella serie di stereotipi e luoghi comuni (di odio e mancato riconoscimento) sulla sessualità,  l’affettività e i ruoli di genere che generano discriminazioni e violenza dentro la nostra società.

Non abbiamo dimenticato uno dei fatti più recenti del nostro paese, uno di quei fatti che sembrerebbe ,al tempo del mondo  laico europeo occidentale e globalizzato, relegato al medioevo. Quello stesso Medioevo che imputiamo ad altri paesi quando ci indigniamo per il modo in cui trattano i diritti di donne, lesbiche, gay, uomini ma che fatichiamo a vedere dentro le mura delle nostre case, dei nostri quartieri.
Ci riferiamo alla storia di Andrea, vittima di cyberstalking e bullismo, morta suicida lo scorso novembre.
http://roma.repubblica.it/cronaca/2012/11/22/news/quindicenne_suicida_a_roma-47192987/

Ne citiamo uno, ma episodi di violenza, discriminazione o strumentalizzazione dell’orientamento sessuale delle persone, in Italia sono all’ordine del giorno.
Ci ricordiamo di abitare in un paese nel quale, l’ex ministro per i rapporti con il parlamento Carlo Giovanardi dichiara pubblicamente: “Lesbiche che si baciano in pubblico? come vedere fare pipì per strada.”
Tanta strada da fare.

‘Che cos’è queer dunque?

Cominciamo con il solito brainstorming!

Cosa pensiamo quando diciamo queer?

Ecco velocemente alcune parole che sono uscite per prime:
  • Osceno
  • Anti normativo
  • strano
  • eccentrico
  • non classificabile
  • storto / obliquo / di traverso
  • performativo / performante
Queer è una specie di conglomerato di senso, definibile sempre in maniera strategica e a seconda della contingenza.
Queer, possiamo dire, è  “un oggetto non bene identificato”, come appunto oggetto volante alieno. Un ufo.
Queer rimanda a stranezza.
Da un punto di vista accademico, si parla di Queer a partire dagli anni 90 grazie al lavoro di Teresa de Lauretis.
 La teoria queer è quell’insieme di discorsi che hanno messo in dubbio l’origine dell’identità di genere e  sessuale, andando a vedere come queste identità siano costruite culturalmente e socialmente.  Abbiamo già visto come possano essere ambigue e “pericolose” categorie come quelle di donna e uomo ma anche di lesbica, gay, donna nera ecc ecc.  Queste etichette se definite come un contenitore stagno e non come dialoganti, relazionali finiscono per erigere muri insormontabili tra le persone, piuttosto di farci vedere anche le linee di continuità e intersezione che ci collegano e dividono.
Gli antecedenti teorici della teoria queer si possono riassumere in due filoni:
a)  il femminismo –  più specificatamente nel  lesbofemminismo e nei femminismi postcoloniali, ovvero quelle versioni più intersecate con altre tematiche.
b) il pensiero di lacan – derrida – foucault
Per quanto riguarda Lacan per l’analisi dell’ inconscio e del soggetto visto come non determinato dal proprio io ma dalla interazione io / inconscio.  Un soggetto cioè  fratturato dall’interno, essenzialmente opaco a se stesso.
Derrida per quanto riguarda la decostruzione e la gestione delle differenze e la loro conseguente  trasmutazione in gerarchia.
Foucault per il  metodo della genealogia  e per la teoria dell’assogettamento ovvero guardare a come i soggetti diventano soggetti attraverso il potere che li determina.
Il queer mette in discussione la naturalità dell’identità di genere, dell’identità sessuale e degli atti sessuali di ciascun individuo, affermando invece che esse sono interamente o in parte costruite socialmente.
L’ etimologia del termine queer è traducibile con il nostro termine frocio/frocia, nel suo senso  pià dispregiativo.  Ciò che si voleva fare era proprio risignificare questa parola, disinnescare il suo portato denigratorio, assumendo le potenzialità di questo termine così “strano”.
Queer è quel qualcosa di strano, che non riesci mai a dire bene fino in fondo. Per provare a definirlo, si parte dalle sue associazioni, dalla costellazione di concetti e problemi che gli stanno attorno. ‘E quel qualcosa di instabile, disturbante, mai pacificato che riusciamo a cogliere.
Non è un caso dunque che questo “oggetto non bene identificato”, nasca proprio dagli studi sulla sessualità – per studiarla c’è bisogno di applicare un dispositivo cosi instabile e difficilmente incanalabile in impalcature.
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Primo punto fondamentale, come abbiamo già anticipato, è guardare alla costruzione sociale della sessualità.
Guardiamo, alle differenze tra la sessualità degli esseri umani e la sessualità degli animali. Quali sono le differenze fondamentali?
Che la sessualità degli animali è solo a scopo riproduttivo?
Non crediamo proprio, l’esempio più banale che viene fatto in merito è quello della masturbazione del cane domestico.
La differenza fondamentale è che gli esseri umani fanno sesso in privato, questa è l’unica cosa su cui non si è trovata una sovrapposizione.
La sessualità  è vista come  un fatto PRIVATIZZATO. La sessualità viene agita all’interno di copioni sociali prestabiliti che abbiamo a disposizione. La sessualità si impara, al pari di altri tipi di interazione sociali che conduciamo nel corso delle nostre esistenze.  Gli studi di interazionismo hanno scomposto il copione sessuale per mostrare la sua ritualità e codificazione.
Parliamo dunque di una dimensione sociale della sessualità – che non significa parlare di esiti pubblici di ciò che facciamo in privato – ma capire che le nostra capacità di vivere la sessualità nel privato è influenzata da condizioni che noi pensiamo dal privato siano escluse. Cerchiamo di fare un esempio banale per far capire con che metodo proveremo a ragionare.
Viene prima la carota cruda e poi quella cotta?
Prima la carota cruda e poi la carota cotta, verrebbe da dire quasi istintivamente. Ma io come sono arrivata a definire che quella è cruda? Io quel crudo lo definisco crudo solo quando ho capito che si può cucinare. Capite che si ribalta la relazione di primato/originarietà?  Questo giochino si può fare con tanti altri opposti, ad esempio pubblico/privato o ancora sul binomio sesso / genere.
Queer ci dice che, non solo il sesso è dato primario biologico sopra cui si installa l’intervento della cultura ovvero viene costruito socialmente il genere, ma piuttosto il sesso è inteso come antecedente anteposto al genere.
Cosa significa costruzione sociale del genere? Significa che a partire dalla interazione della cultura, del contesto sociale di provenienza a date categorie di donna / uomo (ma abbiamo visto anche bianco / nero ) vengono socialmente attribuite delle precise caratteristiche.
La donna è gentile, sensibile, cura il corpo, non è violenta, le piace il rosa, giocare con le bambole ecc ecc.
L’uomo è forte, non esterna i suoi sentimenti, non è frivolo, non si appassiona alle scarpe, gli piace il calcio, giocare con le macchinine e il suo colore preferito è il blu, in casa non lava i piatti o stira ecc ecc.
Queste sono solo alcune delle banalità che possiamo dire per spiegare meglio perché c’è una costruzione sociale del genere. Differenze educative e di indicazioni dei ruoli all’interno di una società che permangono fino a noi.
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La creazione dei ruoli è funzionale ad una creazione della realtà attraverso un dato modi di rappresentarla.
La decostruzione del binomio sesso / genere ci dice, non solo il genere è un ruolo che andiamo a performare in base a determinati copioni, poi se lo facciamo bene tutto ok, se lo facciamo male siamo sanzionati, di più. Il genere viene stabilizzato attraverso l’anteposizione del sesso come originario generativo.
Proviamo a visualizzare questo modello:
Possiamo porre che ci siano due generi (e basta):
M (blu, macchinine, barba, calcio ecc)
F (funzione riproduttiva, rosa, pizzo, lavare per terra  ecc ecc )
Un altro modello potrebbe essere quello di un continuum,  in cui le varie caratteristiche non sono così definite  e stabili. A  partire da un determinato sesso il proprio genere  può essere spostato gradualmente da una delle due parti.
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Un altro modello ancora per pensare a genere/sessualità potrebbe ancora essere questo:
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In questo modello sono riportati due esempi:
se pensiamo alla performance di una drag queen, è si molto molto femminile ma è anche molto performata.  Specularmente, se prendiamo l’
esempio di un padre professionista di classe media bianco eterosessuale egli magari non incarna “LA MASCHILITA'”  propriamente maiuscola ma comunque si ammanta di una maschilità non performata che si attribuisce una certa “naturalità
“.
Il problema dell’ instabilità ha il suo apice quando andiamo a vedere come e quando la costruzione sociale della  sessualità si sostanzia in modo normativo o non normativo.Il problema è la definizione della normalità e della devianza.
‘E utile in questo caso guardare ad un modello di questo tipo:
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Un modello con al centro una specie di curva al cui apice sta la “normalità” e a cui margini sta la “devianza”. Una curva all’interno della quale ci possiamo muovere. Questa tipologia di modello ci serve per vedere come le identità non sono separate ma piuttosto come  il normale si definisce in base al deviante(remember carota!) e se cambiano i confini del deviante, cambiano anche confini del normale. I confini sono mobili, e vengono definiti anche secondo le prospettive.
Se queste entità non sono separate, vuol dire che ci si può spostare su questa curva. Questo meccanismo genera competizione, chi è ai margini spingerà per essere al centro e viceversa.
 Riprendiamo la dimensioni, teorizzate da Gayle Rubin per definire e posizione la devianza e la normalità in merito alla sessualità:
  • consenso (sesso con animali 0 consenso, sesso eterosessuale matrimonio Max consenso)
  • tipo di oggetto (oggetto è veramente un oggetto? deviante! se l’oggetto è il coniuge: top! , se è  dello stesso sesso son problemi)
  • tipo di atto (sesso penetrativo eterosessuale top)
  • luogo (bagno ufficio no, letto si)
  • tempo (sabato sera si, mercoledì alle 11 insomma)
  • scopo (riproduttivo / non riproduttivo)
Sono fattori , che determinano la percezione più o meno deviante di un atto/orientamento sessuale, INTERSECABILI.
Ad esempio, una coppia omosessuale sposata con lavoro non si ritroverà all’apice di una curva ma si ritroverà molto più in alto di una transessuale.
La teoria queer fa una domanda precisa, a questo punto:
e se così non fosse?
Di fronte alla configurazione  di un desiderio esistente che è normata secondo regole precise,  il Queer  ci chiede e  se ci fosse un elemento di disturbo dentro questo schema binario?
Il queer non guarda al divieto, a come abbatterlo, scavalcarlo o farsi accettare, ci interroga sulla spinta alla creazione.
Non inchiesta la permessibilità di un modo di essere, sfida l’esistente.
E se non fosse così? Cosa potremmo creare?
cosa posso creare?
A caratterizzare questa modalità di visione, c’è di base la negazione o la battaglia contro identità definite in modo rigido.  La teoria queer, scavalca in qualche modo una certa visuale di intendere gli studi gay e lesbian il cui oggetto di studio è focalizzato su un’identità fissa. Non c’è un club separato da creare. Bisogna  riconoscere i differenziali di posizione,  con questo discorso non vogliamo mettere in discussione la legittimità di rivendicare diritti e riconoscimento per coppie gay/lesbo/trans a partire da una propria specifica posizione. Quello che vogliamo far risaltare è che per creare una società più aperta e inclusiva bisogna cercare di vedere come:
a) partecipiamo tutti a processi di costruzione dell’alterità (sia essa / razziale ecc) e i conseguenti stereotipi e come possiamo decostruirli.
b) le linee di continuità fra soggetti apparentemente diversi, gli intrecci e la complessità di relazioni e vita all’interno della società.
In qualche modo, la complessità che accordiamo a noi stessi nel pensarci come perso ne debba essere accordato anche agli altri e alle altre al di fuori di noi stessi. Il mondo non si rinchiude dentro i nostri singolari dati esperienziali, vale per il colore della pelle sia esso bianco( perché si pure bianco è un colore, che noi diamo spesso come dato neutro!) che nero, sia la nostra affettività legata a persone del nostro sesso ecc ecc.Parlare, dialogare, accettare sono cose che si fanno quando si è in grado di riconoscersi, nel senso proprio di dare legittimità, dignità ed eguaglianza agli “altri” o “le altre” con cui ci confrontiamo.
Non ci resta che dire… queer yourself!
Ci vediamo settimana prossima!

7 febbraio: Che cos’è l’intersezionalità? Una breve genealogia

Abbiamo pensato di ricostruire una specie di genealogia di questa parola per capirne e coglierne le sfumature, per vedere se erano “fumose” anche le sue radici. Ci siamo interrogati sul contesto dove è stata formulata questa categoria e sotto quali spinte.  Proviamo a tracciare un quadro in poche righe.

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Per prima cosa c’è da precisare che la parola così come l’abbiamo scritta appare nei testi solo all’inizio degli anni 80. Le sue radici invece vengono ben prima, questo appunto per sottolineare che non è una categoria nata dalla speculazione (o per lo meno non solo!) teorica quanto piuttosto un nome dato ad esperienze e problemi REALI ben precedenti.
La sua radice più profonda si può riscontrare nel cortocircuito tra differenza e differenze.  Ovvero nel momento storico in cui soggettività (le donne, il movimento anti razzista per i diritti civili afroamericano) hanno rivendicato la differenza come momento ed elemento di mobilitazione ed identificazione. Un momento storico in cui gruppi e movimenti hanno rivendicato e sottolineato la differenza (di genere, di colore ecc) come motore politico.
Possiamo vedere tre esempi di cortocircuito tra differenza e differenze.
Il primo esempio è quello del movimento femminista  statunitense degli  anni 70. Questo movimento aveva si contribuito ad aprire nuove possibilità e abbattere vecchi divieti ma avevano anche costruito una nuova categoria e immagine di donna, un nuovo bagaglio di femminilità o donnità che escludeva o meglio “normava” l’identità di lesbiche, donne afroamericane e donne dei paesi del terzo mondo.
Altro esempio è quello del passaggio/scontro dal movimento gay lesbico al movimento queer(di cui proveremo a parlare nel prossimo incontro).  Questo passaggio ha riproposto la questione di come una minoranza ha costruito un specifico rapporto tra le identità che erano al suo centro e quello che ha posto ai suoi margini o rese invisibili (in questo caso i soggetti trans e intersex).
Il terzo esempio è  dato dall’importante apporto dei movimenti di liberazione anti-colonialista, anti-imperialista che hanno investito tanti  paesi del “3° mondo” a partire dal secondo dopoguerra.  Questi movimenti hanno rotto e ri articolato il rapporto centro-margine, rivendicando dignità libertà e autonomia.

Un altro aspetto che ci teniamo a sottolineare nella genealogia, è il tema della pluralità.
Potremo vedere attraverso l’evoluzione e trasformazione del movimento femminista statunitense che da femminismo di donne bianche, eterosessuali e di classe media si è trasformato in un Universo di movimenti.  Parlare di movimenti, di pluralità dei femminismi non significa avere la shopping list dei femminismi,  o ancora un multiculturalismo del femminsmo in cui tutti e tutte stiamo sullo stesso piano. Quanto piuttosto  parlare di pluralità, in questo caso dei femminismi, significa accettare la conflittualità come dato costante nell’articolazione delle relazioni tra movimenti diversi. La solidarietà, da qui la critica alla sorellanza, non significa omogeneità.

Sono questi gli scenari in cui emerge l’intersezionalità.

Il termine fa la sua comparsa nei lavori di una femminista afroamericana, una giurista. Kimberle Crenshaw.
Guardiamo all’approccio (intersezionale?) delle donne afroamericane, chicane, o dei paesi colonizzati. Le premesse fondamentali delle loro critiche giocavano su un binario doppio: la critica al femminismo bianco per il suo etnocentrismo e universalismo indifferente però al razzismo; e la critica ai movimenti anti razzisti per il sessismo implicito, per la scarsa o nulla attenzione alla  posizione delle donne all’interno di questi processi. La critica al femminismo bianco contestava di centrare le analisi sulla priorità( di nuovo gerarchie di valore!) della differenza di genere in cui il sessismo veniva letto come fattore isolato, disgiunto da altre linee di discriminazione.  Ma come, abbiamo detto prima, non siamo un’addizione di etichette, quanto piuttosto le nostre condizioni di vita, le discriminazioni che subiamo sono determinate da fattori contestuali e interconnessi.
Questo è proprio il tentativo di mettere a tema la questione della posizione dei soggetti all’interno di insiemi di potere come una posizione definita e ridefinita da molteplici assi di differenziazione e discriminazione.
Per fare un esempio pratico di una questione che suscitava conflitto possiamo vedere l’esempio della questione dell’aborto. Il movimento femminista si batteva per questo tema senza però tenere in conto e problematizzare l’esistenza di campagne statali di sterilizzazione forzata delle  donne afroamericane.

Importante è stata l’esperienza del collettivo femminista afroamericano Combahee River Collective,  fondato nel 1974, che esplicitamente a messo a critica il mancato incontro e la mancata riflessione attorno al tema delle molteplici e simultanee discriminazioni che intersecano le vite delle persone.
Parlavamo all’inizio di intersezione come differente dall’addizione, possiamo vedere come ciò sia più chiaro attraverso queste tre citazioni:

 “Io non sono una donna nera più un’altra cosa”. Angela Harris

“La mia esperienza non può essere ridotta ad un problema di addizione sessismo più razzismo uguale esperienza donna afroamericana”. Debora King

“Razzismo più sessismo più eterosessismo uguale donna afroamericana lesbica”. Audrey Lorde

Non basta la consapevolezza dell’esistenza di diverse linee di discriminazione, serve anche un metodo e un attitudine che guardino a come esse si intreccino.

ll manifesto del Combahee River Collective riassume una serie di questioni fondamentali:

– la simultaneità  delle oppressioni e il rifiuto di creare una gerarchia tra  le varie forme di oppressione. ‘E impossibile per una persona che subisce multiple e contemporanee forme di discriminazione, scinderle.

– l’ importanza  di una conoscenza situata e delle forme di lotta politica identitaria che tengano conto dell’intreccio delle varie forme di oppressione.

– la critica ai  movimenti indentitari universalistici, ovvero quelli che, individuando una sola categoria o un solo asse di differenziazione come “privilegiato” e totalizzante, marginalizzano a loro volta.

Abbiamo precedentemente scritto che il termine viene coniato da Kimberle Crenshaw. Dentro quale scenario lo conia?

Lo scenario in cui si pone, da giurista,  è quello delle politiche di Equal Opportunies di fine anni 70 inizio 80.  Il problema che questa studiosa mette a fuoco è che, in ambito giuridico, vi è una separatezza della legislazione sulle quote in merito ai soggetti che rientrano in “più categorie discriminanti”. Il sistema di quote per genere o per appartenenza etnica-razziale  faceva si che per un verso fossero invisibilizzate le donne delle minoranze, le quali dovevano decidere se essere considerate donne o minoranza,  e  allo stesso  tempo venivano così riprodotte le condizioni di legittimità dei rapporti sociali che questa legge avrebbe dovuto contribuire a sciogliere.

Per questo Crenshaw  teorizza, su piano giuridico,  la molteplicità e simultaneità dei sistemi di oppressioni ma anche di ESPERIENZA SOGGETTIVA  percepita DEI SOGGETTI, ad esempio  l’esperienza della violenza subita dalle donne nere si differenzia da quella subita dalle bianche. Non si tratta di sommare  le discriminazioni, quanto piuttosto pensare che la violenza sulle donne nere stia nell’intersezione tra sessismo e razzismo.

Tre questioni ci sono sembrati le più utili per continuare il nostro percorso e sono:

1) Molteplicità o Pluralità delle differenze

2) Simultaneità, importanza del fattore temporale.

3) Necessità di guardare al contesto, alla posizione in un dato momento e in un dato luogo del soggetto e delle discriminazioni subite.

Per concludere, ci teniamo a sottolineare come in Italia, molti presupposti  di questo dibattito manchino.

–  l’accostamento di genere e razza  è mancato nella storia del nostro femminismo.

– Razza e razzismo in Italia si costruiscono in modo diverso dagli Stati Uniti.   In Italia, prima razza e razzismo si danno come elaborazione che collega  una differenza esterna mobilitata in fase coloniale con una differenza interna (nord sud) che è stata elaborata durante il risorgimento. Parlare in Italia, di razzismo non significa solo tenere conto di  una esperienza coloniale, troppo spesso rimossa, ma anche delle  forme di razzismo interno.

In molti luoghi di dibattito pubblico, si tende a contrapporre i diritti delle minoranze. Ad esempio, si dice che l’impatto e i temi del movimento per i diritti delle donne sia venuto meno data la nuova importanza e il crescere dei movimenti per i diritti dei gay e delle lesbiche.  Queste contrapposizione sono, per noi, proprio il punto di partenza per provare a capire veramente che cosa significa in italia sperimentare pratiche intersezionali.
O ancora: l’ingarbuglio tra sessismo e razzismo. Come vengono descritte le migranti? Come invece prendono parola?

Cercheremo di tenere ben presenti queste problematiche nei prossimi incontri. Ci sembra che per costruire una società più inclusiva e tollerante serva una cura e  una capacità di guardare sotto le banali etichette che diamo alle cose per niente semplici.

intersezionalità

Per chi volesse capirne di più, rimandiamo qui ad una breve bibliografia http://www.intersectionality.org/index.php?id=112

Ci rivediamo giovedì prossimo 14 febbraio per il secondo incontro: Intersezione tra genere e orientamento sessuale: che cosa è queer?